Castelli e residenze · Ossana · Val di Sole
Castello di San Michele
Sulla strada del Tonale dal XII secolo: dei vescovi, dei Federici, poi un rudere salvato.


Dall'alto
Qui sopra
Sorge sopra Ossana, su uno sperone di roccia altrimenti inaccessibile, con l'ingresso sul lato est, e sorvegliava la strada del Passo del Tonale: la via per cui mercanti e carovane salivano verso il Trentino e il Tirolo dalle valli bresciane e bergamasche e dal lago di Garda. Non era soltanto un presidio. Faceva parte dei beni del vescovo di Trento, e qui si raccoglievano i tributi della valle, pagati spesso in natura, con i prodotti dei campi.
Gli scavi hanno trovato ceramiche di età preistorica e frammenti dei secoli fra il V e il VII, alcuni murati in strutture più antiche della chiesa: forse sulla rupe c'era già un posto di guardia, ma le prove non permettono di andare oltre l'ipotesi. La prima notizia scritta del castello è un atto di compravendita del 1191. La chiesa di San Michele, che ha dato il nome a tutto il complesso, compare nel 1213: non era la chiesa dei fedeli del paese ma un luogo di potere, dove il vescovo Federico Vanga convocava uomini e testimoni per le investiture. Due anni dopo ne fece sistemare il tetto.
Poi il castello passò di mano in mano. Nel 1239 l'imperatore Federico II tolse alla Chiesa di Trento le fortificazioni della valle del Noce e lo affidò al podestà Sodegerio da Tito; nel 1274 la zona era del conte Mainardo del Tirolo, nel 1290 il vescovo Enrico II ne reclamava ancora la restituzione insieme a tutta la Val di Sole, e nel 1337 il conte di Tirolo lo consegnò al duca Giovanni di Lussemburgo.
La sua stagione più alta comincia nel 1412 con Giacomino de Federicis, di una famiglia di Erbanno in Valcamonica, nominato vicario vescovile della valle del Noce, che ricevette la rupe in feudo. Fu lui a fare del presidio un castello vero: una residenza signorile, il mastio, la chiesa e il vecchio palazzo in parte inglobati, e due cinte di mura con l'ingresso difeso da una torre e da un ponte levatoio. Il mastio, alto venticinque metri, porta in cima un coronamento sporgente su mensole, con le caditoie da cui si difendeva la base.
La fortuna dei Federici durò poco. Morto nel 1470 il figlio Federico, il castello passò ai conti Thun, e nel 1525, durante la Guerra Rustica, lo presero i contadini della valle in rivolta. I Federici lo riebbero come vassalli del vescovo fino a estinguersi nel 1567; nel 1581 il vescovo Ludovico Madruzzo lo concesse a Cristoforo Federico Heydorff, e nel 1640 passò ai Bertelli di Caderzone. Per la guerra ormai non serviva più: le manutenzioni si diradarono, e nel 1777 un grande incendio ne distrusse i tetti e parte delle murature.
Nel 1822 il genio militare austriaco ne rinforzò le difese un'ultima volta. Nel 1843 il demanio lo vendette al conte Giuseppe Sizzo de Noris, alcuni edifici interni diventarono rustici, e nel 1922 la famiglia Taraboi di Ossana rilevò quel che ne restava. Dal 1992 è della Provincia autonoma di Trento, che ha tolto gli alberi cresciuti fra le mura, messo in sicurezza la rupe e consolidato il mastio, scegliendo di conservarlo come rudere e non di ricostruirlo: le mura, fatte con la pietra della rupe su cui poggiano, ne tengono ancora il colore. I lavori si sono conclusi nel luglio 2014, e oggi il castello si visita con le guide e ospita eventi. Della chiesa restano le fondazioni, la base dell'altare, una monofora e frammenti di affreschi.
- Prima notizia
- 1191
- Mastio
- 25 m
- Della Provincia
- dal 1992
- Tutela
- bene culturale italiano