I prodotti delle valli, con il magazzino vero
Un negozio per ogni produttore, la giacenza tenuta a registro e non a contatore, e una regola scritta dove si legge: chi vende siete voi, noi siamo l'intermediario.
Accanto alle camere e ai tavoli, adesso si possono vendere le cose: mele, formaggi, miele, birra, conserve. Ogni produttore ha il suo negozio dentro la propria vetrina, con i suoi prodotti, le sue spedizioni e le sue scorte.
La giacenza non è un contatore che sale e scende: è la somma dei movimenti, e i movimenti si possono solo aggiungere. Un ordine che nasce impegna i pezzi per mezz’ora, e se il pagamento non arriva quei pezzi tornano disponibili da soli.
Sembra un dettaglio contabile e non lo è: un numero con due padroni è un numero sbagliato che aspetta. Con il registro, la domanda «perché questa scorta dice sei e ieri diceva otto» ha sempre una risposta, riga per riga.
È la cosa che più di tutte doveva essere chiara, e sta scritta nella pagina in cui un operatore accende il negozio, non nelle condizioni di vendita che nessuno apre:
E accanto al campo dove si scrive la quantità c’è una riga sola: la giacenza è quella vera. Mettere in vendita scorte che non ci sono significa far partire un ordine che qualcuno dovrà disdire, e la disdetta la legge il cliente con il nome del produttore sopra.
L’impegno delle scorte dura trenta minuti. Lo spazzino che libera gli ordini scaduti passava ogni ora. In mezzo c’era una finestra fino a un’ora e mezza in cui l’ordine era morto e la pagina chiedeva ancora la carta: un pagamento lì dentro cadeva su pezzi che la cassa poteva già aver dato a un altro.
Adesso la pagina dell’ordine smette di offrire il pagamento quando l’impegno è finito, e l’intento di pagamento viene annullato prima di scrivere qualsiasi cosa da noi.
La soglia non è un numero nuovo inventato per l’occasione: sono i dieci minuti di margine che il sistema si tiene già, cioè il tempo in cui nessun altro può essersi preso il pezzo.